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Il Friuli ringrazia e non dimentica: una storia di memoria e appartenenza
17 June 2026
A volte una fotografia arriva prima delle parole.
Durante il Giro d'Italia abbiamo avuto l'opportunità di documentare un momento particolarmente significativo legato alla memoria del terremoto che colpì il Friuli nel 1976.
Tra le persone coinvolte nel racconto fotografico di quella giornata c'era anche Gabriele Mancini, fotografo di Mirror Media nato e cresciuto a Udine.
Quello che segue non è il racconto di un evento sportivo.
È il racconto di un legame profondo con una terra, con la sua storia e con la sua memoria.
Ciao, sono Gabriele.
Sono nato nel 1997 e sono cresciuto a Udine, una città che porto nel cuore e che considero parte integrante della mia identità. Fin da bambino ho sentito pronunciare una parola che in Friuli ha un significato particolare, quasi sacro: terremoto. Era una parola che ricorreva spesso nei racconti degli adulti, nelle conversazioni di famiglia, nelle commemorazioni. Eppure, da piccolo, non riuscivo a comprenderne davvero il peso.
Con il tempo ho capito che non si trattava soltanto di un evento naturale. Mi è stato insegnato a guardarlo con rispetto e non con paura, proprio come facevano i nostri nonni quando parlavano dell'orcolat, l'orco. Un nome che racchiudeva il timore per una forza incontrollabile, ma anche la consapevolezza che, dopo ogni prova, bisogna trovare il coraggio di rialzarsi.
Questi insegnamenti non nascono dai libri di storia, ma dall'esperienza vissuta da chi ha attraversato una delle pagine più dolorose della nostra terra. Il 6 maggio 1976 il Friuli venne colpito da un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter che seminò morte, distruzione e sofferenza in gran parte della regione, soprattutto nei paesi ai piedi delle montagne. Intere comunità videro crollare case, chiese, scuole e punti di riferimento costruiti in generazioni di sacrifici.
Durante il mio percorso scolastico ho avuto l'opportunità di visitare musei, luoghi della memoria e paesi che ancora oggi custodiscono le cicatrici di quei giorni. Ogni visita, ogni testimonianza e ogni fotografia mi hanno aiutato a comprendere quanto profonda sia stata quella ferita e quanto straordinaria sia stata la capacità dei friulani di reagire.
Ci sono però due frasi che, più di tutte, sono rimaste impresse nella mia memoria.
La prima è: «A cosa serve piangere? Qui bisogna ricostruire...». Furono le parole di una ragazza intervistata da un telegiornale dell'epoca. Una frase semplice, pronunciata nel mezzo della devastazione, ma capace di raccontare meglio di qualsiasi libro il carattere della gente friulana: concreta, forte, determinata.
La seconda è: «Il Friuli ringrazia, e non dimentica».
Queste parole racchiudono l'anima di un intero popolo. Raccontano la gratitudine verso chi ha aiutato, sostenuto e condiviso il dolore di una regione ferita. Ma raccontano anche la volontà di custodire la memoria, perché ricordare significa onorare chi non c'è più e tramandare alle nuove generazioni il valore della solidarietà e della resilienza.
Quest'anno quella stessa frase è tornata a vivere in un contesto speciale: la ventesima tappa del Giro d'Italia. Lavorando per l'organizzazione, ci è stato chiesto di documentare questo momento così significativo. La richiesta è stata rivolta proprio a me, anche perché tutti conoscevano le mie origini friulane e il legame profondo che mi unisce a questa terra.
Quando mi sono trovato davanti a quella scena, ho percepito qualcosa che andava oltre il semplice lavoro. Non stavo soltanto fotografando un evento sportivo o una cerimonia commemorativa. Stavo raccontando una parte della mia storia e della storia di un'intera comunità.
Per me è stato un onore immenso, ma anche una responsabilità. Attraverso il mio obiettivo ho cercato di cogliere non solo un'immagine, ma un significato: quello di un popolo che, dalle macerie, ha saputo rialzarsi con dignità, ricostruire ciò che era stato distrutto e trasformare il dolore in forza.
«Il Friuli ringrazia, e non dimentica» non è soltanto una frase. È una promessa che attraversa le generazioni. È il simbolo di una terra che non ha mai smesso di ricordare, di lottare e di guardare avanti.
Essere lì, in quel momento, sapendo di poter raccontare attraverso le mie immagini una parte così profonda della memoria collettiva friulana, è qualcosa che porterò con me per sempre.
Gabriele Mancini
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